E-Commerce Italia

Ho riletto, a qualche tempo di distanza dalla sua pubblicazione, il Global Connected Commerce di Nielsen che riporta i dati di una Survey condotta su un campione di 13.000 persone in 26 paesi. Non credo sia necessario riprendere la sequela di numeri e percentuali offerte dal report, che è disponibile online come pdf scaricabile. Vorrei invece provare ad approfondire qualche tematica relativa all’e-commerce di casa nostra e magari cercare di capire meglio qualche tendenza in generale. Prima di addentrarci è però utile ricordarsi che stiamo parlando di retail e che l’analisi è necessariamente priva di approfondimenti sui mercati di nicchia.

Il processo di acquisto sta radicalmente cambiando e la tecnologia mobile è parte integrante del cambiamento. Il cliente non solo va in negozio per vedere fisicamente il bene da acquistare successivamente online al miglior prezzo, ma spesso effettua prima una ricerca online per poi completare l’acquisto in negozio. Questo modello di comportamento, che ricorda il principio dei vasi comunicanti, spinge a ripensare la presenza del brand online e offline, tanto quanto induce a rivedere la presentazione dei prodotti sugli scaffali dello store e nel proprio e-commerce. In Italia è ancora prematuro, ma alcuni brand potrebbero iniziare a sviluppare la logica dell’omni-channel.

La rilevanza delle newsletter, dell’e-mail marketing, delle pubblicità online e dei contenuti a pagamento sui social è in flessione rispetto al passato. Il dato è generale ed ha un peso maggiore sul mercato nordamericano, che utilizza da più tempo questi strumenti di market engagement, ma dobbiamo rilevarlo per ripensare alcune strategie di marketing.

Cresce il commercio elettronico transnazionale. Il 79% degli italiani intervistati ha dichiarato di aver acquistato nei sei mesi antecedenti la survey di Nielsen un bene online proveniente dall’estero. Il dato impone qualche riflessione e qualche approfondimento, perché ha certamente almeno due implicazioni. La prima è relativa allo sviluppo proprio dell’e-commerce in Italia che vale circa il 9% del fatturato (delle aziende italiane) contro una media europea del 17%. Se a questo colleghiamo il fatto che solo il 26% degli italiani acquista online (27 punti al di sotto della media europea e lontanissimo dalle percentuali di Svezia, Olanda, Francia, Germania e Regno Unito) ne deriviamo un quadro desolante. La seconda implicazione della propensione degli italiani a comprare online da brand all’estero risiede nella scarsa fiducia riposta nei siti e-commerce dei propri connazionali. Molte aziende italiane non hanno una presenza in rete e spesso non sono dotate di soluzioni per il commercio elettronico, che viene percepito dagli imprenditori come un problema piuttosto che un’opportunità. Resta da considerare che anche quando l’azienda è presente in rete con il proprio commercio elettronico, molto spesso si tratta di soluzioni poco professionali o la cui gestione viene considerata una perdita di tempo. Le conseguenze in ogni caso sono pesanti in termini di reputazione virtuale.

In un contesto come quello che si deriva dal Global Connected Commerce, integrato da pochi altri dati reperibili in rete (parliamo sempre del mercato italiano), possiamo vedere il bicchiere mezzo vuoto e farci assalire dallo sconforto o vedere il bicchiere mezzo pieno e lavorare per colmare il gap con gli altri mercati.

Una piccola soluzione che ha certamente aiutato lo sviluppo del commercio elettronico il Francia è il “click and drive”, cioè l’acquisto in rete seguito dalla presa del bene direttamente in negozio. Il ritiro in sede, anche se ha delle evidenti limitazioni geografiche, ha certamente il beneficio di stabilire un rapporto fiduciario tra acquirente e venditore. La conseguenza è un miglioramento della reputazione del negozio e nel medio termine un incremento degli affari in generale.

Unito al lavoro sul piano e-commerce occorre una strategia di marketing funzionale che preveda l’ingaggio del cliente sia in rete che off line. Questo si traduce in investimenti a medio termine da parte degli imprenditori e in un maggior grado di competenza da parte degli operatori del settore. In pratica dobbiamo iniziare a pensare all’e-commerce, al marketing e ad Internet in modo più professionale e meno casalingo. Ne va della nostra reputazione, perché questa e la stessa in rete come nella vita di tutti i giorni.

 

Condividi

TORNA SU